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Io mangio wolof
01/12/2009 - Madieng Seck - Sloweek
Questo articolo fa parte di uno speciale chiamato 'Riflessioni sulla terra' che comparirà sul numero 43 di Slowfood, la nostra rivista associativa. Lo pubblichiamo come spunto di riflessione in vista del 'Terra Madre Day' che si terrà in tutto il mondo il 10 dicembre 2009

Il progetto Mangeons local, mangiamo locale, è proposto dal Convivium Lek Mégnef Sénégal e si rivolge agli scolari di Dakar. Il progetto ha avuto inizio nel 2008 ed è finanziato dalla Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus. Lezioni teoriche e pratiche, racconti e leggende sui cereali locali hanno fornito agli scolari gli strumenti per convincere i loro genitori della necessità di consumare cibo locale.

Fatmata Diaraye, 12 anni, non ha aspettato a lungo per verificare i possibili esiti positivi delle prime lezioni; una volta a casa propone a sua madre di sostituire la prima colazione alla francese, cioè baguette alla parigina e caffè, con una pappa di cruschello di mais locale. In famiglia tutti apprezzano. Il padre, “aggredito” su tutti i fronti dal rincaro dei cibi di importazione (riso, latte in polvere) plaude all’iniziativa di sua figlia. «Dopo avere assaggiato, tutti mi hanno incoraggiata; i miei genitori mi hanno detto di continuare» dice soddisfatta Fatmata.
Trascorse alcune settimane, Fatmata e la sua compagna di classe Sira fanno cassa comune per sperimentare un'altra ricetta: questa volta si tratta di fonio (Digitalis exilis) accompagnato con sugo di carne.
Alla Liberté V, un’altra delle scuole coinvolte nel progetto, l’entusiasmo degli scolari è identico: «Faremo vedere alle nostre mamme tutto quello che sappiamo fare con i cereali locali» dice disinvolta Bigué Sar, una delle allieve.

Bineta sale in cattedra
Prima di passare direttamente all’azione, le ragazze e i ragazzi hanno imparato da Bineta Diallo, la ristoratrice che partecipa al progetto, come si preparano i piatti a base di cereali locali. Alla fine, i ragazzi portavano con sé i genitori in occasione degli incontri di degustazione. Mangiare slow è una consuetudine profondamente radicata nelle tradizioni alimentari dell’Africa dove la famiglia e il villaggio consumano insieme i pasti riuniti intorno alla calabash, una zucca che, tagliata a metà ed essiccata, è utilizzata come piatto di portata, contenitore per la preparazione del cibo, recipiente per l’acqua o semplice scodella.
Il pasto è un momento di intensa comunione tra gli uomini, un momento di condivisione, di scambio di saperi e di emozioni, un momento intimo di educazione e di rafforzamento dei legami di parentela e di amicizia. «Colui che rifiuta di condividere il nostro pasto non sarà mai considerato dei nostri» recita un adagio wolof.

Il progetto pilota
A Dakar il progetto pilota, costato 10 000 dollari, ha lo scopo di sensibilizzare un centinaio di giovani scolari (bambini e bambine) sulla necessità di consumare prodotti locali. È costituito da una parte teorica, incentrata sulla presentazione e descrizione dei cereali locali e delle loro proprietà, e da una parte pratica di introduzione all’arte della cucina, durante la quale gli allievi imparano come preparare un cibo sano e pulito.
E questo è proprio quello che Bineta Diallo è riuscita a insegnare ai ragazzi. Fin dalle prime fasi del progetto, ha messo in evidenza i cinque capisaldi dell’igiene in cucina: la nettezza dei locali e degli attrezzi; gli alimenti ben lavati; chi lavora in cucina deve essere in buona salute e indossare abiti puliti; un atteggiamento lento e sano per riuscire a cucinare e servire un piatto succulento.
All’inizio del progetto gli allievi non conoscevano neppure i nomi dei cereali locali o dei piatti tradizionali. Alla domanda: «Che cosa vuole dire “mangiare locale”?» uno solo dei ragazzi ha risposto: «Vuol dire mangiare wolof» (una delle etnie presenti in Senegal, nonché una delle lingue più diffuse in ambito urbano). «Sì, ma se si mangia toucouleur o diola, quindi secondo la tradizione di altre etnie del Senegal, si mangia comunque locale» puntualizza l’animatore del progetto.

Tapa lapa a colazione
In Senegal è stata la colonizzazione francese a introdurre, fin dal secolo XIX, il consumo di riso di importazione, di farina di grano per produrre le baguettes e di latte. Oggi i 12 milioni di senegalesi a cui piace mangiare soltanto riso proveniente dall’Asia, divenuto elemento integrante del loro piatto nazionale, il thiéboudieune (riso con pesce), hanno purtroppo stravolto le loro abitudini alimentari. Vengono importate per le tavole senegalesi ben 800 000 tonnellate di riso all’anno, proveniente da tutto il Sudest asiatico.
Bisogna poi considerare le importazioni di farina di grano e di latte in polvere, per un totale di spesa che ammonta annualmente a circa 53 milioni di euro. Con la crisi alimentare mondiale e l’aumento del prezzo dei cereali sul mercato internazionale, importare tutto ciò che si mangia equivale a suicidarsi. Infatti, come scriveva nel 1825 il gastronomo francese Jean Anthèlme Brillat-Savarin (La fisiologia del gusto), «il destino di una nazione dipende dal modo in cui questa si nutre».

In Senegal è dunque ora che la gente comprenda che al mattino può benissimo fare colazione con una pappa di miglio o con una tazza di kinkeliba (arbusto le cui foglie vengono utilizzate per infusi digestivi) e del pane locale, il tapa lapa a base di farina di mais (65%) e di grano (35%). «Il senegalese fa colazione a Parigi, pranzo a Hong Kong e cena a Roma» rimarcava critico un giornalista di Dakar, alludendo all’origine degli alimenti consumati durante la giornata.
E tuttavia, a Dakar la révolution alimen-terre, rivoluzione alimen-terra, dei bambini ha ingenerato un’evoluzione dei comportamenti. E la giovane Bigué ripete con convinzione una formula appresa partecipando al progetto: «Quando si consuma senegalese si arricchisce il contadino senegalese e non il contadino europeo, il risicoltore vietnamita o thailandese». È uno dei tanti concetti che gli allievi hanno imparato e cui ricorrono per riuscire a convincere i genitori e gli amici del quartiere.


Madieng Seck è giornalista, direttore della rivista di agricoltura Du Mensuel Agri e fiduciario Slow Food in Senegal
 
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