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Le birre artigianali e il Salone del Gusto
23/07/2010 - Sloweb
In questi giorni sono apparse su alcuni forum (Mobi e Unionbirrai) alcune considerazioni riguardanti il Salone del Gusto e il rapporto con la birra artigianale italiana, intesa come complesso di elementi: consumatori, produttori (microbirrifici), appassionati, promotori culturali, comunicatori e via dicendo. Credo che, infine, questo sia un bene checché i giudizi siano in prevalenza contro la decisione di Slow Food di adottare una divisione regionale degli espositori (microbirrifici inclusi): la vitalità e lo scambio di opinioni, quando non scadono in bagarre e volgarità, in genere fanno crescere e progredire verso una situazione migliore.
Credo però che alcune osservazioni siano doverose, soprattutto da chi AMA (e BEVE - anche, talvolta, non in modica quantità) la birra artigianale italiana, ne conosce gli attori da sempre e ha iniziato il percorso di valorizzazione di questa nel 1999 proprio insieme a chi ora è stimato e riconosciuto da tutti (voi e noi), quando il movimento era allo stato embrionale, si muovevano i primi passi e il fermento era molto: io sono Alberto Farinasso, ufficio Eventi Slow Food e i “chi”, cui mi riferisco sopra, sono Lorenzo Dabove (Kuaska), Luca Giaccone, Marco Bolasco (il primo a tenere corsi Master of Food sulla birra, allora con partner Assobirra!) e Teo Musso (vivo a Bra, sono nato qui, non ho colpe – al limite ditelo ai miei genitori – e Piozzo è a 20 km e ci andavo dal 1990, da quando avevo vent’anni). Iniziamo a fare dei nomi così le cose sono chiare. In verità sono anche toccato nel vivo, in specie perché vengono attaccate persone care che lavorano bene, con testa e misura, seguendo TUTTE le manifestazioni di settore, parlando con TUTTI i birrai. E forse le opinioni espresse sui forum nascono da una scarsa comunicazione reciproca, da un non-dialogo, da una visione, evidentemente, differente ma non completa e per questo un po’ partigiana. Vi lascio pertanto alcune riflessioni.

Alcune riflessioni (dopo aver letto i post)

A parte il fatto che criticare chi fa è cosa molto semplice e per di più il mezzo della chat e del forum (data la loro velocità, assenza di controllo, astrazione e a-personalità: i nickname incomprensibili abbondano) favoriscono critiche e giudizi come queste – per cui le si ritroverà sempre qualsiasi cosa verrà fatta – e non di meno persone ignoranti esisteranno sempre, c’è da dire che la scelta di realizzare un Salone suddiviso per aree geografiche (territori) è stata valutata attentamente ed ha ovviamente – come nel caso opposto adottato sinora, per categoria merceologica – dei vantaggi e degli svantaggi, ma è coerente col messaggio (e con gli stimoli) che il Salone vuole dare, ossia sottolineare il concetto del mangiare locale, dell’accorciamento della filiera, del cibo stagionale, del territorio come genitore dei cibi/prodotti biodiversi che contiene, ...
Certo che per il birrofilo (e mi metto tra questi) è più allettante la Piazza della Birra esattamente come per l’enofilo, l’Enoteca  (e mi metto anche tra questi) ma qui si tratta di fare un passo in più che è quello che chiediamo ai visitatori del Salone: vedere il territorio attraverso un altro punto di vista, costellato di realtà che lavorano bene, con buone pratiche rendendole più rintracciabili e memorizzabili essendo parte di un contesto, di un tessuto sociale, di un luogo fisico. E’ una svolta, una virata che deve anche stimolare gi stessi birrai ad evolvere verso un’attività produttiva che guardi sempre più alle materie prime locali (tra questi c’è ad esempio un progetto di luppolo italiano se non erro) e che caratterizzi, marchi le proprie birre non solo come “microbirrifici Italiani” per cui abbiamo già una nostra connotazione – o leggi stile – a livello internazionale esattamente come ce l’hanno gli Stati Uniti dove hanno salvato birre del vecchio continente destinate altrimenti alla scomparsa o il Giappone per la meticolosa precisione di riproduzione.

Quanto più sapremo percorrere questa strada tanto meglio sarà: forse per il visitatore questo approccio può essere precoce, ma se non si prova non lo si saprà mai. E poi restano le varie manifestazioni dedicate alla birra dal GBBF (Londra) a Pianeta Birra (Rimini) ai vari eventi locali tipo Pasturana, dove la birra è tutta riunita in una grande Piazza. Forse i birrai e i microbirrifici sono troppo divisi ora  (ASSOBIRRA, UNIONBIRRAI, ...) e fanno l’errore di guardare ciascuno al proprio orto e cercano unità al Salone e a manifestazioni di settore: prima è bene siano coesi su alcuni princìpi base che li accomunino veramente, e si presentino uniti nelle manifestazioni birarrie e poi se anche al Salone sono ciascuno nel proprio territorio non vedo nulla di male. Il Salone è un evento educativo e la linea scelta per quest’anno è questa. Per molti anni abbiamo fatto la Piazza della Birra anche investendo molto del nostro: io ho seguito in prima persona i vari progetti delle varie edizioni del Salone e so esattamente cosa abbiamo fatto e quanto impegno si è messo: da Teo a Kuaska a Giacu ad Agostino Arioli a Unionbirrai per far crescere il movimento artigianale italiano. E ancora lo stiamo facendo con la Guida delle Birre che visti i curatori e la serietà con cui lavorano è un’opera molto accurata e attenta (a non urtare nessuno, a stimolare, a selezionare, a far progredire). All’inizio era importante creare coesione e far decollare e conoscere il movimento ora il passo è un altro: fare meglio il lavoro di birraio nel contesto in cui si opera e si vive, creando alleanze territoriali anche con altri produttori (non necessariamente di birra). E poi, scusatemi, è ora che la birra si liberi (cosa che anche Giacu ha sovente rimarcato, e chi lo conosce lo sa) da una connotazione di “Festa della birra” tout court, da mere aggregazioni rumorose da sagra (con la scusa implicita, ma tanto è birra, è più popolana, noi non siamo come quelli del vino), ma apporti, come già sta facendo, altri valori e il metodo proposto dal Salone quest’anno può, secondo me, aiutare a percorrere questa strada. Senza esagerare: la birra (come anche il vino e il pane e altri prodotti) devono mantenere una dimensione comprensibile e accessibile (senza tirarsela tanto insomma), in primo luogo dovendo essere BUONE e sapendo dare PIACERE: prerogative imprescindibili.
Inoltre – e qui rispondo al forum Ub – Slow Food non vuole affatto danneggiare – e tanto meno intenzionalmente – il movimento artigianale italiano: ne è stato al fianco dall’inizio e ancora adesso lo è, in un mondo però che è più difficile (è vero è così: è più difficile fare le cose rispetto a 10 anni fa) e che per questo richiede strumenti e approcci nuovi, richiede più coesione e lavoro mutuo, più sforzo da entrambe le parti: una rinuncia più che una richiesta.
Non è mai bello boicottare solo per partito preso, chi afferma che boicotta alla fine si troverà isolato (sia come singolo che come movimento), chi prende posizioni troppo rigide alla fine quasi sempre si ricrede: anche perché si lavora per lo stesso obiettivo noi (Slow Food) e voi (produttori). Se si chiedono birre per la Birroteca o per i Laboratori del Gusto credete che ce le beviamo noi? Credete che il servizio reso (la promozione, la pubblicità non palese) non sia all’altezza dell’investimento? Sapete quali sono i costi connessi, la scelta del personale che mesce, i bicchieri (non perfetti forse, ma di vetro e apposta per la birra come quelli di Cheese 2009), la beer list, lo stoccaggio in frigoriferi, i sottobicchieri ... Credete che ci si guadagni? Parliamone. Anche noi, e soprattutto ora, abbiamo conti da far quadrare, non è mica un segreto. Mi fa però piacere constatare che più d’una persona sia aperta al dialogo e sia convinta della non intenzionalità e spero che sia possibile trovarsi per parlare delle esigenze di Ub cui si fa riferimento: vedo, oltre posizioni filo-talebane, del buon senso: spero che una discussione franca e quanto su detto, possa aiutare a conciliare le nostre visioni, perché, veramente, ci si batte per la stessa causa.

Per tornare ai commenti dei vari inserzionisti dei forum (in particolare a quelli di Mobi), si può dire tutto di tutti perché l’essere umano è così: parla più di quanto sa e spesso sa pochissimo. I dati però alla fine parlano: il numero dei micro-birrifici è aumentato (e quello dei grandi forse diminuito con la crisi), gli appassionati anche, la quantità di birra cruda (uso questo termine solo per brevità) bevuta anche, la guida ha raggiunto più persone e ne raggiungerà ancora in numero maggiore: tutto è a favore dei microbirrifici. Ovvio che si deve trovare un limite, si deve tenere sotto controllo la qualità e creare uno storico, stroncare i parvenu, chi cavalca il cavallo delle birre artigianali perché è di moda, ma lo fa solo per profitto e non per convicimento personale o stile di vita o serietà professionale. E la guida va in questa direzione, opera con questo spirito, le discussioni dello staff sono quelle di persone altamente competenti che si confrontano quotidianamente con la realtà birra artigianale e sono APERTE.
E ancora (sulla territorialità e nazionalità della birra e del movimento): Posso anche essere d’accordo che ora di territoriale (dipende, comunque, in quale accezione lo si intende in rapporto alla birra) in una birra c’è poco (a parte il birraio e qualche materia prima), ma questo non è vero per tutte e poi la diversità può essere data da uno o più elementi, da un’approccio alla fabbricazione, dalle materie prime disponibili (non solo malti e luppoli), altrimenti i birrai italiani utilizzando per la maggior parte malti Weyermann farebbero tutti birre che sanno del territorio di Germania? La biodiversità sta anche, e soprattutto, in altre cose. E rimando a quanto detto sopra riguardo l’unità interna dei movimenti e le politiche “estere” degli stessi: al Salone si fa educazione, si insegna, si danno le direzioni e gli stimoli (1 volta ogni 2 anni!!): poi è compito di chi è coinvolto nel movimento (sia i produttori che i consumatori) tornare a casa e mettere in pratica e modificare: non sono dettami, sono idee, percorsi suggeriti.

Apriamo la discussione se vogliamo trovando forme e luogo opportuni. E poi a quanti vedono il forum come un posto dove dire tutto e di più direi di fare birre più buone e sfogarsi altrove compresi i deliri contro Teo e i presunti padroni. Quest’ultimi possono piacere o non piacere però non c’entrano col movimento della birra artigianale italiano, accampare scuse non è mai buona cosa: bisogna fare le cose e farle bene prima e continuare a farle bene come fanno Teo, Riccardino, Agostino, Dano e tanti altri bravi birrai che qui non cito. Più birra BUONA (intendentelo in senso largo, non banale) c’è, meglio è, no?
Ad maiora

Alberto Farinasso

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